Una passeggiata a New Orleans

Una passeggiata a New Orleans

New Orleans è mille cose insieme, la confusione pura. Per questo è stato molto difficile scrivere di questa splendida città.

Il problema è che da subito mi sono accorta che questa città mi assomigliava troppo: incasinata, sconclusionata, rumorosa. Per molti queste potranno sembrare caratteristiche poco allettanti, per me, invece, è parte di quell’anima che cerco in ogni città. Il problema,  infatti, quando trovi una città così è che poi è difficile lasciarla. La prima cosa che mi viene in mente pensando a New Orleans è il caldo che ti si appiccica addosso, in realtà tutto ti si appiccica addosso a New Orleans: il caldo, la musica degli artisti di strada, gli sguardi della gente; è una città dove il tatto ha un ruolo preminente, un tocco sinestetico che si fonde nel jazz e profuma di spezie creole.

Tre giorni a NOLA (New Orleans Louisiana, non Nola, provincia di Napoli) sono pochi, però quel poco che basta per farmi venire voglia di tornarci.

Arrivare in macchina a New Orleans su queste strade sospese sul Bayou (le paludi della Louisiana) è già di per sé un’esperienza unica: il mio viaggio è cominciato in Texas, da lì otto ore di macchina fino alla nostra destinazione.

 

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Dopo un viaggio quasi infinito attraverso le paludi d’America, a New Orleans si sta facendo sera ed è già ora di mangiare, come se non fossero bastate le diverse decine di panini con la frittatina a sfamarmi, preparati appositamente per il viaggio. A New Orleans la cucina ha nomi divertenti: jambalaya, gumbo, po-boymuffoletta. Prima tappa: Red Fish Grill nella famosissima Bourbon Street.

Così, dopo aver mangiato un Blackened Drum e un Double Chocolate Bread Pudding, uscite e fatevi scandalizzare dalle signorine che si alzano la maglietta in Bourbon Street in cambio di collane di plastica. Sì, giuro, succede davvero. Gente per strada, gente che beve per strada, gente che fuma, cosa difficilissima da vedere nel resto d’America. Infatti, la Louisiana è un po’ la zona franca degli Stati Uniti, in cui ci sono leggi più tolleranti su alcolici e fumo; e si sa, dal bere una birra per strada al mostrare le tette ai passanti, il passo è breve.

Il giorno dopo, la mattina comincia presto per non essere assaliti dal caldo. Così, colazione con i famosissimi beignet al Café Beignet e si va alla scoperta del French Quarter; quello scenario della sera prima si narcotizza e lascia spazio alle voci degli artisti di strada, presenti ad ogni angolo. Visitare questo quartiere significa vedere la Francia, la Spagna, l’Italia, immersi in America.

Ad ogni strada si trova una cosa strana: alberi con collane e scarpe appese, ambulanti che vendono bambole voodoo di Trump, strumenti musicali abbandonati per strada, street band improvvisate che suonano jazz. New Orleans è tutta così, sorprendente.

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Mentre vi perdete per le strade squadrate del French Quarter, non dimenticate di provare gumbo o jambalaya in uno dei tanti cafè che troverete in giro. Dopo pranzo il clima si farà sempre più insopportabile, quindi il mio consiglio è quello di cercare riparo nei musei, nelle librerie e nei negozi. Attenzione, però, perché potreste passare da 30° con il 79% di umidità, ai 17° del condizionatore.

cajun combination New Orleans jambalaya gumbo shrimp cake

Gli americani sostengono che sia una fissazione tutta italiana quella dell’aria condizionata, può essere, ma che ci credano o no, noi stiamo male quando sentiamo quell’aria che ci sbatte dietro al collo. Sarà effetto placebo, sarà magia, ma noi, amici americani, soffriamo e ci dobbiamo pure sopportare le mamme che “te l’avevo detto di portarti una sciarpa”. Sempre, anche con 45° all’ombra, mia madre porterebbe una sciarpa dietro, il dato drammatico è che avrebbe sempre ragione.

Tra una cervicale scampata e un raffreddore dell’ultimo minuto, si fa ora di cena e scegliamo Liuzza’s, un posto microscopico appena fuori dal centro, in cui è d’obbligo assaggiare le specialità della cucina creola e cajun.

Il giorno dopo è domenica e se è domenica mattina e siete a New Orleans  non potete non andare a sentire una messa gospel. Anche qui, confusione pura: gente che invece di scambiarsi il segno di pace, attraversa la chiesa per abbracciarti, le voci incredibili dei coristi, il parroco che a fine messa canta Happy Birthday ai festeggiati della settimana. Ogni domenica alle 10, la chiesa di St. Augustin offre spettacoli pazzeschi di umanità, non fatevela scappare.

Dalla chiesa, si può fare un tour tra le bellissime case di epoca coloniale dei quartieri Tremè e Garden District. Ancora una volta, per ripararvi dal terribile caldo umido, chiudetevi in un museo, se siete a Tremè, non troppo lontano da voi c’è il NOMA. Attenzione, lì dentro fa veramente freddo.

Prima di entrare, però, una muffoletta, il panino col nome più simpatico del mondo, va presa. Si tratta di un panino farcito con pomodori, origano, insalata di olive, salumi e formaggi, inventato dagli immigrati italiani.

Dopo esservi rinfrescati (o, più probabilmente raffreddati) al museo, continuate a passeggiare tra le case coloniali dei vari quartieri, potreste addirittura trovare il famoso chioschetto della limonata, come nei film.

La nostra ultima cena (ma non ultima, fortunatamente) si è consumata nell’elegante Cafè Degas, dove vi consiglio di prendere l’onglet de boeuf, un ottimo lombatello di manzo servito con una montagna di patate fritte e verdure.

Purtroppo la mattina del terzo giorno arriva e abbiamo solo il tempo di una colazione da Cafè du monde. Altri buonissimi beignet, che ci sporcano tutti i vestiti di zucchero.

Ecco un’altra cosa che ti si appiccica addosso a New Orleans: lo zucchero a velo. Così, portandone ancora i segni sui vestiti, devo andarmene da questa città fuori di testa, che mi ha destabilizzato. Una città così viva che ti tocca, ti sposta, che è difficile da descrivere, ma così facile da vivere. Forse è per questo che gli americani la chiamano the Big Easy.

Beignet al caffè beignet New Orleans

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